Lorenzo Gabanizza (Verona, 8 dicembre 1967) si definisce un “libero artista”. Cantautore, poeta e scrittore, manifesta il suo talento a soli tre anni, cantando in inglese brani di Jeff Christie come Yellow River e San Bernardino, grazie alla vasta collezione di vinili rock e pop dei genitori.
Polistrumentista prima dei dieci anni, ha costruito una carriera internazionale collaborando con i suoi idoli: oltre a Jeff Christie, con cui lavora oggi, anche Donovan, incontrato in Germania a diciotto anni.
Ma – direte – cosa c’entra un musicista rock con Antonia Pozzi?
C’entra un destino che sembra essersi manifestato prima ancora della consapevolezza artistica, una vibrazione come legame metafisico e ontologico: “È come se fossimo due corde su una chitarra che vibrano e fanno un accordo insieme”.
C’entra una produzione artistica ad ampio spettro, in parte pubblicata e in parte in fieri, a lei rivolta.
E il legame parte da una visione dell’infanzia. “Avevo solo quattro anni quando vidi, di notte, una donna nella mia camera: capelli ricci, veste bianca, un dito sul naso a farmi segno di stare in silenzio, prima di accarezzarmi la testa e farmi riaddormentare. Molti anni dopo, da ventenne, lessi da un libro di interviste di Truman Capote, che tra le sue poetesse preferite c’era, insieme a Sylvia Plath e Emily Dickinson, Antonia Pozzi. Andai a cercare chi fosse quell’autrice a me sconosciuta e rimasi folgorato, riconoscendo, nella foto che la ritraeva con in braccio un cagnolino, quel volto incontrato da bambino”.
Con la silloge “La vita attutita – liriche pasturesi”, Gabanizza ha ricevuto il Premio Speciale della Presidenza al concorso nazionale “Antonia Pozzi – Per troppa vita che ho nel sangue”. Quest’opera fa parte di una trilogia. A breve uscirà “Alle radici del cuore. Nuove liriche pasturesi” che, da inedito, ha già ottenuto la menzione d’onore, sempre al Premio Antonia Pozzi. E, nei primi mesi del 2027, sarà pubblicata “1938”.
Ma in corso ci sono anche un romanzo di ampio respiro e un saggio di taglio “umano”. Sul versante musicale, già si possono ascoltare diverse opere dedicate alla Pozzi, tra cui “I don’t want to live without you”.
Come definisci questa connessione profonda con Antonia?
“Questa connessione è nell’anima, è una consonanza spirituale, va oltre il tempo che ci divide, e si manifesta anche in una coincidenza testuale. Ad esempio, già nei miei diari di ragazzo scrivevo, ancora senza conoscerla, intere frasi che poi ho scoperto identiche, come ‘Mi sento in un destino’. Antonia in me è una presenza costante che mi fa vibrare e mi accompagna. L’affinità è tale da riflettersi in consonanza poetica, come testimoniano le mie liriche, segni di una continuità di sentire tra noi due. Nel romanzo che sto scrivendo, ‘Cara Antonia: alla ricerca dell’amore perduto’, traspongo eventi reali della mia vita in un altrove narrativo, in una dimensione parallela, ambientata negli anni dal 1922 al 1938. Qui un narratore senza nome – come avviene nella Recherche proustiana – incontra Antonia Pozzi e se ne innamora, tentando di offrirle quel riscatto e quell’amore che nella realtà storica le furono negati. Al romanzo applico il ‘metodo Strasberg’: mutuato dalla recitazione, consiste nell’immedesimarsi totalmente nel personaggio per viverne fisicamente ed emotivamente esperienze e sensazioni. Del resto questo approccio ce l’ho sempre, anche quando a Pasturo mi siedo davanti al suo tavolo e mentre scrivo sulle note della Pavane pour une infante défunte di Ravel – tra i pezzi brevi, il suo preferito – i miei occhi piangono non di tristezza ma per una incontenibile tenerezza”.
In che modo la tua musica si intreccia con questa devozione poetica?
“Antonia è la mia musa universale. Anche nel mio concept album ‘Celtic Bridge, del 2016, la figura femminile che il protagonista insegue in un’odissea a ritroso nel tempo nasce da lei, da quella che chiamo la mia metà ontologica. In ogni mia canzone d’amore c’è un riferimento ad Antonia. Quando la guardo in foto, è come rivedere l’albero che da bambini ci faceva capire di essere giunti a casa; e quando la leggo è come se io parlassi alla mia stessa anima.
Nel singolo del 2023, ‘I don’t want to live without you’, insieme a Jeff Christie, canto l’amore come essenziale per dare senso alla vita: anche se perduto il legame è indissolubile”.
Il confine tra devozione e ossessione è sottile?
“Mi sento in una dimensione di verità e di destino con Antonia. E il mio obiettivo è cancellare l’immagine dell’eroina tragica e depressa che a volte ne viene fatta, per restituire la donna carnale, calda, vitale che era davvero. Poi, agisco da artista, per cui il confine si risolve nell’essere pienamente me stesso, senza paura dei giudizi. L’ossessione include isolamento, perdita di interesse, anaffettività, chiusura, non creatività, interessi multipli, socialità, luce e calore. L’ossessione trattiene e indebolisce, Antonia mi dà luce, tenacia e forza. Uso un approccio totalizzante, finanche a livello sensoriale”.
Le tue opere sono tasselli separati o hanno un’architettura unitaria a tenerle insieme?
“Considero le opere dedicate ad Antonia Pozzi un vero e proprio Corpus. Una sorta di cattedrale. Il romanzo rappresenta la navata centrale, elemento portante. Le altre opere sono i restanti spazi, che contribuiscono a creare un’esperienza immersiva e totale. Quello che mi preme è valorizzare l’umanità integra di questa straordinaria figura, facendola respirare attraverso un dialogo artistico che abbatte i limiti temporali. Io sono votato a questa impresa”.

