Un riso velato
Posted on Gen 12, 2025 in ap | 0 comments
Filosofia
Non trovo più il mio libro di filosofia.
Tiravo il carrettino
un marmocchio di otto mesi – robetta molle, saliva, sorrisino –
Quel che m’ingombrava le mani, l’ho buttato via.
Il fratellino di quel bimbetto,
a due anni, è caduto in una caldaia d’acqua bollente:
in ventiquattrore è morto, atrocemente.
Il parroco è sicuro che è diventato un angioletto.
La sua mamma non ha voluto andare al cimitero
a vedere dove gliel’hanno sotterrato.
Per i contadini, il lutto è un lusso smodato:
la sua mamma non veste sempre di nero.
Ma, quando quest’ultima creaturina,
con le manine, le pizzica il viso,
ella cerca il suo antico sorriso:
e trova soltanto un riso velato – un povero riso in sordina.
Oggi, da una donna, ho sentito
che quella mamma, in chiesa, non ci vuole più andare.
Stasera non posso studiare,
perché il libro di filosofia l’ho smarrito.
Carnisio, 7 luglio 1929
«Fin dai suoi primi approcci alla filosofia – al cui studio la sollecitava molto il professor Cervi – Antonia Pozzi fa capire che non le interessa un pensiero astratto, disgiunto dalla vita; e lo dimostra, lei diciassettenne, con una fermezza da adulta. Di fronte a una madre che ha perso atrocemente il figlio e che, da semplice contadina, non può permettersi il lutto, non le bastano risposte asettiche, poiché ne avverte profondamente, da donna e non da bambina, la tragedia. In quel momento quella madre non è per lei solo una poveretta cui riservare un’attenzione distratta, ma una persona con la quale entrare in sintonia profonda, attuando quel tipo di amore per il prossimo che la filosofa Simone Weil esprimerà all’inizio degli anni Quaranta nel primo dei suoi Quaderni con queste parole: “Avere con ciascuno il rapporto che c’è tra un modo di pensare l’universo e un altro modo di pensare l’universo, e non una parte dell’universo”».
Graziella Bernabò, Per troppa vita che ho nel sangue: Antonia Pozzi e la sua poesia (Ed. Àncora).
